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In Calabria, palazzo delle cosche intitolato a Don Pino Puglisi

imageSera del 17 settembre 1991, quattro auto bloccano via Catena a Polistena, grosso centro della Piana di Gioia Tauro. Davanti a un palazzone di 5 piani scendono 16 uomini, sono i killer delle potentissime cosche pianigiane. E scoppia l’inferno. Vengono sparati 780 colpi. Bersaglio sono i tre fratelli Versace, la cosca polistenese che a colpi di violenza aveva provato ad espandere il proprio potere. Ma violenza chiama violenza. Così vengono uccisi due fratelli, mentre un terzo si salva ferito sotto un’auto.

Sera del 15 settembre 2015, quasi 24 anni dopo. Via Catena è nuovamente bloccata, ma questa volta per una grande festa di rinascita. Quel palazzo, il più alto di Polistena, simbolo del potere dei Versace, confiscato alla cosca e assegnato alla parrocchia di Santa Marina Vergine, nasce a nuova vita. Un tempo ospitava il ‘Bar 2001’ («Il futuro siamo noi» dicevano i Versace), un’enorme sala per ricevimenti e addirittura l’istituto magistrale. Da martedì porta il nome del parroco martire don Pino Puglisi e ospita il centro di aggregazione giovanile intitolato a Gigi Marafioti, preside del magistrale che con gesto coraggioso portò la scuola fuori dal palazzo; l’ostello intitolato a Gianni Laruffa, fondatore dell’associazione antiracket; l’ambulatorio per immigrati di Emergency (siamo vicino a Rosarno) e la bottega dei prodotti dei beni confiscati, a cominciare da quelli della cooperativa Valle del Marro, altra ‘creatura’ della parrocchia, nata 11 anni fa dalle collaborazione tra la Diocesi di Oppido-Palmi, Libera e il Progetto Policoro della Cei.

Da palazzo pretenzioso ma grigio e triste (vandalizzato dopo la confisca), a palazzo allegro, trasparente, dove dominano il bianco e chiazze di colore, opera dell’architetto Francesco Mammola, giovane cresciuto in parrocchia. È il progetto ‘Liberamente insieme’, reso possibile dal sostegno della Fondazione con il Sud, Enel cuore onlus, Il cuore si scioglie di Unicoop Firenze. Un palazzo che per l’inaugurazione si è riempito di tanta gente. «Il sogno si fa segno – sottolinea il parroco don Pino Demasi, referente di Libera per la Piana –. Il sogno di una Calabria diversa, libera dalle mafie, luogo di condivisione, di maggiore giustizia e di legalità».

Ricorda «la promessa che in un caldo pomeriggio di luglio nella piazza antistante questo palazzo, io ho fatto ai ragazzi che questa casa sarebbe stata un giorno la loro casa». Allora «palazzo dei mafiosi e ora segno visibile di speranza». Un concetto che ripetono tutti. Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud («Ha un effetto simbolico straordinario. Si può fare anche in condizioni difficili, spendendo meno di tante iniziative pubbliche che poi non si realizzano»). Il procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza («Per questa terra un futuro migliore è possibile e soprattutto è un dovere. Voi lo avete dimostrato»). Il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho («É un’impresa grande. È recupero di legalità ma anche della fiducia per legare i cittadini allo Stato. In Calabria c’è ancora tanto da fare per ridare libertà e diritti. Ma riusciremo, edificio per edificio»).

Il prefetto di Reggio, Claudio Sammartino («In questo territorio grazie a don Pino c’è un contagio positivo. Non si può tacere, non ci si può voltare. Lo Stato aiuta i cittadini calabresi a camminare a testa alta»). Tocca poi a don Luigi Ciotti. Ed è un forte richiamo alla politica. «Siamo qui per fare una festa ma non ci possono essere eccezioni meravigliose».

E allora di fronte alle criticità nella gestione dei beni confiscati, confermate dalla recente inchiesta a Palermo, «chiediamo a chi di dovere di darsi una smossa. Sono due anni che aspettiamo che il Parlamento faccia un salto in avanti». Favorendo iniziative come quelle di Polistena. «Oggi qui si celebra la vita, siamo qui per dare dignità e impegnarci. Questo è un segno immenso di speranza che deve moltiplicarsi perché o è di tutti o non è speranza». Al palazzo mancano ancora due piani da recuperare «per la vittoria definitiva – avverte Borgomeo –. Voglio mangiare sul terrazzo una pizza cotta da una cooperativa sociale». Anche questo un segno, come la vecchia insegna del bar che il Comune ha fatto abbattere. «Aria e libertà» sottolinea il sindaco Michele Tripodi. Sicuramente non apprezzata dall’ultimo fratello Versace che vive di fronte e che nei giorni scorsi è venuto a osservare. Ma davvero ora qui si respira aria di speranza.

(Da Avvenire)

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