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Presentato “Memorie di viaggiatori nel Lametino”: la Calabria, aspra e ribelle, dell’eterna primavera

querce_lameziaclick1-623x415LAMEZIA TERME (CZ) – Un dio dei libri che li fa vivere per secoli: il tempo. Li plasma come uno scultore, li impreziosisce come un pittore, li ricopre con un velo per centinaia di anni per poi farli riaffiorare miracolosamente intatti sugli scaffali polverosi di dimenticate botteghe, esordisce così Candida Maione citando l’autore dell’opera stessa nella presentazione tenutasi venerdì a Lamezia Terme presso il Caffè Letterario – Bar del Popolo de Le querce sono in fiore. Memorie di viaggiatori nel Lametino (Koinè Editrice) di Raffaele Gaetano. Un libro che non a caso, come è emerso al termine della serata che ha visto un gran bel confronto tra Candida Maione, Direttore del nostro quotidiano, e l’autore il professore Raffaele Gaetano, sarà il primo che andrà ad arricchire la Biblioteca della Memoria della cittadina lametina, ideata dal professor Umberto Zaffina.

Come abbiamo già avuto modo di informarvi, il testo estremamente curato anche graficamente, chiude una quadrilogia di opere dedicate al viaggio in Calabria in rapporto al sublime e al pittoresco: Dopo Sull’orlo dell’invisibile, Avanti all’anima mia, La Calabria nel Viaggio Pittoresco del Saint-Non, Raffaele Gaetano, come un novello solerte sacerdote, scomoda questo dio dei libri proponendo al lettore un affascinante viaggio a ritroso nel tempo. E lo realizza attraverso un lavoro minuzioso e decennale che culmina nella geniale intuizione di affrontare per la prima volta i resoconti, i diari, che fra ’700 e ’900, decine di visitatori italiani e stranieri hanno dedicato al Lametino.

“Un libro che tutti i lametini dovrebbero collocare nella propria biblioteca”, suggerisce Candida Maione, un libro dove l’immagine della Calabria, una regione piuttosto marginale, ci viene restituita dallo studioso come protagonista affascinante della letteratura di viaggio. E così, dalla lettura di brani del libro come l’episodio narrato da Craven della donna licantropa, per passare a Maeterlinck che descrive il cruento episodio dell’uccisione di un innocente agnellino, ne vien fuori un sud, terra di pregiudizio. Un sud come sinonimo di degrado e arretratezza. Come qualsiasi Sud del mondo, le regioni meridionali e la Calabria in particolare, sono sinonimo di degrado, arretratezza, primitivismo; la Calabria che su di sé portava, come una ferita, la maternità della provenienza del legno della croce di Cristo. Questa una prima premessa sottolineata da Raffaele Gaetano che aggiunge una seconda riflessione riguardante una terra di storia ma anche di religiosità fatta di riti e superstizioni, di contadini ignoranti e borghesi corrotti, nobiltà arrogante e sleale, tutti aspetti di serio ostacolo a qualsiasi forma di progresso; un corto circuito di civiltà che interessava i distretti calabresi estranei al beneficio del progresso e che suggeriva ai viaggiatori di portarsi, per attraversare la regione, a circumnavigarne le coste e addirittura a fare testamento, consci del fatto che poteva capitargli di tutto, ma che tuttavia esercitava un innegabile fascino su questi viaggiatori.

Questi viaggiatori erano prevalentemente soli, fa notare il Direttore. Ed erano tutti uomini. I più lo facevano per scelta, altri perchè costretti. E questi uomini guardavano al sublime e al pittoresco dipanando percorsi singolari e inediti: un occhio alle straordinarie bellezze paesaggistiche e un occhio ai pericoli di una terra incognita popolata da quella losca e favolosa specie di uomo che era il calabrese. Silenzio, vuoto, oscurità, solitudine, buio, vastità, infinito sono varianti tipiche del sublime che vengono spesso evocate dagli autori rubricati ne Le querce sono in fiore. Comune a tutti, sottolinea ancora l’autore, un aspetto: non figure vestite di scuro, come quelle dei quadri di Friedrich, che si aggirano sulla riva del mare, bensì reietti dell’umanità destinata ad un’indigenza senza requie. Questi gli uomini visti dai viaggiatori. Insomma felicità definibile come disperazione capovolta. Emergono dai racconti di questi viaggiatori che producevano della Calabria la cattiva nomea e al tempo stesso un fascino irresistibile: l’isolamento geografico, la mancanza di un capoluogo e la concentrazione della ricchezza in poche famiglie. In una lettera del 12 giugno 1808 l’ufficiale francese Duret De Tavel affermava che “questo popolo non ha alcun vero principio morale e religioso. Come tutti gli uomini ignoranti sono superstiziosi fino al fanatismo. La maggior parte di essi trascorre la propria vita nell’ozio più totale. Si dice, giustamente, che in Calabria ci sono di troppo solo gli abitanti”.

Ma l’idea che questi viaggiatori hanno del sublime, mette in guardia l’autore, è un’idea molto filtrata, ed infatti non sarebbe corretto dire che poiché dal ‘700 si sviluppa un’estetica del sublime tutti questi viaggiatori siano vettori di opere che abbiano per oggetto questa tematica, in realtà era la cultura generale, l’estetica generale del romanticismo che è impregnata fortemente dell’idea di sublimità: un caso tipico Giacomo Leopardi con la sua poesia, l’Infinito che può essere letta in quest’ottica. Leopardi infatti fu influenzato da un autore inglese proprio perché era un lettore di opere influenzate a loro volta dalla teorica del sublime ed è per questo motivo che utilizza infatti termini come silenzio, infinito, vastità, che incontriamo anche nei resoconti dei nostri viaggiatori. Dopo la divagazione del professore Gaetano sul sublime leopardiano, Candida Maione ritorna sul libro, dalle cui pagine emergono, sull’ospitalità ricevuta nelle nostre terre, opinioni discordanti, tra apprezzamenti e giudizi negativi conditi di sprezzante ironia. Per esempio Lenormant archeologo molto critico, secondo il quale tanti sono i documenti e le storie false prodotte, approfittando del terremoto del 1638 indicando a tal proposito “questa rovina la più pittoresca” ed esaltando per contro l’albergo di Nicastro elogiandolo per la sua bellezza. Maeterlinck al contrario colse invece i tratti meno nobili e raffinati giudicando dunque negativamente l’ospitalità lametina o Dumas, che narra della donna pazza, creduta una strega, sino all’ ultimo viaggiatore che incontriamo nel libro, Giuliano Santoro, il quale sottolinea con sarcastico distacco le mille contraddizioni insite nella storia di Lamezia a Terme, città nata dalla fusione di tre ex comuni ma ancora lontana dal l’aver assunto una sua precisa identità.

Ed ecco invece i viaggiatori che si sono lasciati catturare dalla magia dei paesaggi della Calabria. Emerge che scienziati attratti dai movimenti sismici, archeologi attratti dai beni culturali, giornalisti affascinati dal mancato decollo industriale insieme agli scrittori, hanno lasciato in eredità informazioni preziose che restituiscono ai nostri occhi un territorio diverso. La maggior parte di loro hanno voluto stendere una patina letteraria leggera, godibile, rassicurante, indirizzando quindi i lettori verso territori inesplorati “modificati” dalla loro fantasia trasformando la Calabria, come fa notare l’autore, in terra sorprendente, con scenari di ineguagliabile bellezza: montagne, cascate, laghi, ruscelli. Dolci colline, aspri rilievi montuosi, un profilo costiero in cui si alternano ampie spiagge di sabbia, calette nascoste, pareti rocciose che precipitano nel blu. Tutte caratteristiche che insieme al verde intenso degli alberi, i caldi colori dell’autunno, il celeste del cielo hanno fatto pensare ad “una Provenza intravista nelle tele di Cèzanne e nelle strofe di Mistral”. Abbiamo bisogno di un luogo che ci regali l’illusione di un tempo sospeso in una perenne nostalgia.

Una terra sognata, auspicata. Una terra sognata che sembra essersi fermata al ‘700 provoca Candida Maione se anche Guido Ceronetti poeta, filosofo, scrittore, giornalista, uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica, nei recenti anni 80 scrive dello squallore intollerabile di Nicastro… Nel suo Viaggio in Italiariportato dal Gaetano e del quale viene letto il brano, Ceronetti si ferma a Nicastro doveincontra un funebre vacare di giovani nei bar, raggruppati intorno al Niente…come si può vivere in un luogo così brutto? E dalle sue taglienti parole emerge un popolo di non leggenti, di analfabeti di ritorno che si affidano come automi al telefonino totalizzante, il cui reale fondamento è il Nulla, creato dall’ingegno umano per la diffusione del Nulla. Nel suo resoconto della passeggiata nel camposanto lametino sono riportate anche alcune iscrizioni tombali che lui si diverte ad analizzare con interpretazioni filologiche che generano un certo divertimento nel lettore. Oltre ad osservare e denigrare il paesaggio, Ceronetti osserva anche le persone e scrive: Facce concentrate hanno tutti i calabresi. Sembrano, anche non pensando, una nazione di filosofi. Le note sulle giornate lametine di Ceronetti si concludono con la lettura del  breve racconto di un barbiere che fa la barba ad un vecchio che secondo l’autore dovrebbe avere almeno duecento anni e con alcune taglienti considerazioni sul Sud, possibile rovina del resto d’Italia per legittima vendetta dopo aver patito troppo delle scelte governative che lo hanno snaturato, inquinato e depauperato di risorse e uomini.

Come trovare il significato vero di quelle impressioni di viaggio così inconsuete e insieme così faziose? Chiede il direttore; una sola via viene indicata dall’autore deLe querce sono in fiore: la ricerca della bellezza in luoghi in cui gli uomini l’hanno maltrattata e ciò nonostante in quegli stessi luoghi essa talvolta riappare lasciandoci ancora una qualche speranza. Una, dunque, la soluzione per una terra che per antichi e moderni viaggiatori può essere attraversata da quella strada che per Chesterton va dagli occhi al cuore senza passare per l’intelletto. Molti viaggiatori l’hanno percorsa con questi occhi del cuore facendo emergere ciò che gli abitanti stessi non riuscivano, non riescono a cogliere.

Brian Hill rimasto estasiato da tanto fascino scrisse: Ghiaccio all’alba. Freddo. Temperatura 5 gradi, le querce sono in fiore. Nell’immaginario di questo antico viaggiatore questa è la terra dell’eterna primavera, possente come un grande albero, ma anche gracile come un fiore. Da questa attestazione poetica nasce il titolo del libro. La quercia, principale paradigma del sublime, filo conduttore di quest’opera così affascinante che ci conduce in un viaggio tra bellezza e terrore. Anche l’immaginario di chi ascolta si incammina per quella via del cuore e la Calabria appare come una donna di quelle delle nostri parti, il ricordo o l’attualità di una contadina solida e concreta, forse aspra, ribelle nei tratti, capace di inaspettate e pazienti dolcezze… Questa nostra terra di Calabria solida come una quercia (ma) non sempre in fiore, in cerca di nuovi propositivi viaggiatori.

Luisa Loredana Vercillo

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