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Don Pierino Gelmini: un faro e cinque campane nel cuore dell’Aspromonte

1313421603-8f0052be1c16f078a2e6a23df66679a4“Il Don” come tutti lo chiamavano era nato a Pozzuolo Martesana, in provincia di Milano, il 20 gennaio 1925 e a soli 38 anni, fonda la comunità “Incontro”. Una vita segnata appunto dall’incontro avuto il 13 febbraio del 1963, con Alfredo, sui gradini della chiesa di Sant’Agnese, in piazza Navona a Roma. Alfredo era un ragazzo tossicodipendente, si racconta che non gli chiese soldi, ma aiuto: “A zi’ prete, damme ’na mano, Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?” gli aveva detto. Alfredo venne accolto in casa da Don Pierino che da quel momento cominciò la sua missione. Ieri mattina, nella Cappellania di San Pietro Apostolo ad Amelia, in provincia di Terni, si sono svolti i funerali di don Pierino Gelmini, che è morto la sera del 12 agosto nella sua residenza all’interno della Comunità di recupero di Molino Silla. La Comunità Incontro infatti ha la sua sede principale in quella che era chiamata la “valle delle streghe” presto diventata la “valle della speranza” dove c’era solo in principio, un molino diroccato. Le esequie celebrate ieri mattina sono state officiate dal vescovo di Terni-Narni-Amelia mons. Giuseppe Piemontese e da mons. Giovanni D’Ercole, titolare della diocesi di Ascoli Piceno, amico di lunga data del fondatore della “Comunità Incontro”.

164 sedi in tutta Italia, 74 sedi in altri Paesi: Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Croazia, Thailandia, Bolivia, Costa Rica, Brasile, New York e Israele, Gerusalemme. In Italia ci sono 180 gruppi d’appoggio impegnati anche nella lotta alle ludopatie; un seggio all’Onu come organizzazione non governativa, secondo una stima interna alla Comunità, in cinquant’anni Don Pierino ed i suoi volontari hanno dato la salvezza dalle droghe e dall’alcol ad oltre 300.000 persone.

 

Ad 80 anni compiuti e al suo 59°anniversario di sacerdozio, Don Pierino chiese ed ottenne da Benedetto XVI la riduzione allo stato laicale per poter meglio difendersi dall’accusa infamante di aver molestato sessualmente una decina di ospiti della Comunità. Nonostante il sacerdote si sia sempre e con vigore dichiarato estraneo ai fatti fu, nel 2010, rinviato a giudizio per molestie sessuali dal Tribunale di Terni; contro ogni previsione dei difensori che ritenevano venisse pronunciata una sentenza di proscioglimento perché mancavano prove certe atte a dimostrare la sua responsabilità. I giudici nel luglio scorso hanno temporaneamente sospeso il dibattimento perché era stato accertato che l’anziano e malato sacerdote non fosse in grado di “partecipare coscientemente” al processo. Con la sua morte si chiude questo capitolo doloroso della sua vita.

Ha sofferto tanto Don Pierino, nel corpo e nello spirito. Soprattutto l’abbandono da parte di chi come spesso accade ha preso le distanze da un personaggio così straordinario la cui onorabilità di certo non può essere macchiata dal sospetto, dal venticello della calunnia, da un processo mai concluso …” Innocenti fino a prova contraria” sancisce il nostro Codice Penale, chissà in quanti se ne saranno dimenticati guardando alla vicenda umana di Don Gelmini, e come spesso accade dimenticando il bene operato da un uomo che ha difeso la vita di migliaia di persone strappandole alla droga e dalla morte sicura.

Quel che è certo è che don Gelmini era un personaggio scomodo uno che tuonava contro i “pacs”, contro le droghe leggere, contro la criminalità che fa dei tossicodipendenti la propria manovalanza e non è inusuale che personaggi così non si eliminano solo sopprimendoli fisicamente. Nessuno potrà mai dire una parola certa sulla triste vicenda: per chi non crede il giudizio va lasciato alla storia, per chi crede il giudizio va lasciato a Dio.

Con la Calabria, Don Pierino Gelmini ha sempre avuto un legame speciale. Si perché dalla passione del sacerdote, un angolo di Calabria usato in passato dalla ‘ndrangheta come nascondiglio per i rapimenti, è stato trasformato in una fiamma di speranza e di vita. Parlo della comunità di Zervò a Santa Cristina di Aspromonte dove il sacerdote era solito trascorrere ogni anno il ferragosto.

La comunità di Zervò, don Gelmini la fondò nel settembre 1996: 500 ettari di terreno dati in affitto, per 99 anni, dai comuni di Scido, Santa Cristina e Oppido Mamertina. Si tratta di alcuni edifici ristrutturati in mezzo ai boschi, negli anni ‘30 adibiti a sanatorio per la tubercolosi, ai quali si arriva dopo aver percorso una strada che risale l’Aspromonte attraversando ulivi e faggi. Accanto all’entrata della Comunità c’è la “fontana della Madonna”, la cui statua è stata regalata dall’ex ministro Francesco De Lorenzo, a lungo collaboratore volontario di don Gelmini. E un altro ex ministro, Maurizio Gasparri, era presente quando venne posta la prima pietra della torre campanaria che scandisce le ore della giornata.

C’è anche un ostello, a Zervò. A ridosso di ferragosto è sempre affollato di visitatori, in vista della festa con don Gelmini. Ma quest’anno dopo 16 anni insieme al sacerdote, tutto sarà più malinconico. C’è stata la S.Messa questa mattina, il pranzo, il momento di convivialità, tutto con Don Pierino nel cuore fanno sapere dalla Comunità.

Il recupero dei giovani tossicodipendenti e il loro graduale reinserimento nella società a Zervò, avviene attraverso un centro di lavorazione del “mobile povero” (banchi, sgabelli…), attività di pastorizia, di lavorazione dei prodotti caseari ed artigianali, di promozione turistica, di valorizzazione di una vasta e rigogliosa area interna dell’Aspromonte. E’ operante anche un maneggio di cavalli ed uno zoo all’aperto che ospita alcuni animali in fase di estinzione provenienti dai paesi asiatici e lasciati alla cura dei giovani ospiti.

“L’ho ripetuto durante i campeggi a Zervò nell’Aspromonte dove imperava la ’ndrangheta” raccontò don Gelmini, al Meeting di Comunione e Liberazione. “Ci hanno dato 400 ettari di parco nazionale nel cuore dell’Aspromonte a 1300 metri vicino a San Luca, a Platì, dove la mamma di Casella si incatenò per chiedere alle autorità italiane l’impossibile per far liberare suo figlio. Eravamo in 300 lì durante questo periodo. In seguito sono salite decine di migliaia di persone. Ho chiesto e ottenuto dalla regione Calabria un aiuto per costruire una grande torre alta 25 metri. In alto ci sarà un faro che girerà tutta la notte e cinque campane che annunceranno: “era buio”, “c’era paura”, “ora c’è luce” e “amore” “sull’Aspromonte”. Dove prima si compivano riti di morte e di sequestro ora ci sono i miei ragazzi che credono nella vita. Qualcuno mi ha detto che ero pazzo ad andare lì. È vero sono sempre stato un po’ pazzo, se non fossi stato pazzo non avrei fatto quello che sto facendo”.

Di Don Pierino ho un ricordo personale, di quando P. Giovanni Vercillo lo portava alla tavola dei nonni. E nella casa di semplici contadini calabresi Don Gelmini si sentiva perfettamente a suo agio. Ne ho un ricordo di ragazzina, ma la sensazione fu subito di un prete che non le mandava a dire, uno passionale, schietto, che guardava dritto negli occhi; di quei preti di cui ne ascolti affascinata i racconti perché impari qualcosa di prezioso anche solo guardandoli versare un bicchiere di vino. A pensarci bene, un po’ pazzo davvero Don Pierino per venire dove altri non hanno osato, nel cuore dell’Aspromonte.

Un faro e cinque campane, perché il bene fatto non vada mai perduto.

 Luisa Loredana Vercillo

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