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25 siti critici: la Calabria affoga nel cemento

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10581370_10203420735576683_31564889_nSarà pure arrivato il tanto sospirato anticiclone delle Azzorre su questa strana estate, le temperature si sono innalzate, ma nella nostra regione, continua a “piovere sul bagnato”.

Dei giorni scorsi ricorderete la campionatura effettuata da Goletta Verde nel mare di Calabria. I campioni di acqua prelevati e le notizie sono stati a dire poco sconfortanti. In 19 casi, rispetto ai 24 punti monitorati lungo la costa calabrese ( l’80% sul totale) le analisi hanno evidenziato una carica batterica almeno due volte più alta di quella consentita dalla legge, con un giudizio, riguardante il mare, di “fortemente inquinato”.

La Calabria risulta così tra le regioni peggiori in Italia, con ben 129 agglomerati urbani in cui vengono segnalate “anomalie” sulla depurazione con un mare a dir poco “impraticabile”. Alle notizie riguardanti le sue acque è seguito poi a fine luglio il rapporto Svimez secondo il quale, ma purtroppo non è una novità, la Calabria è la regione più povera di Italia.

La regione più ricca neanche a dirlo, la Valle d’Aosta (34.442 euro) e la più povera la Calabria (15.989) con “il divario pari a 18.453 euro: in altri termini, un valdostano ha prodotto oltre 18mila euro in più di un calabrese”.

Ed ora, ecco lo studio del Wwf dal titolo “Cemento coast to coast – 25 anni di natura cancellata dalle coste italiane”, e riguardante i cambiamenti delle coste italiane nel corso degli ultimi due decenni.

 

Alla Calabria la “maglia nera”, dato che da sola rappresenta circa il 19% dell’intera costa nazionale. La regione infatti ha circa 780 KM di coste che corrispondono, per l’appunto, al 19% del totale delle coste italiane. In 25 anni la costa calabrese ha subìto trasformazioni costanti, ma tutte in direzione di una cementificazione selvaggia e il Wwf stila un elenco di 25 siti che presentano criticità, alcuni anche vicini a zone protette da vincolo paesaggistico.

San Nicola Arcella, Scalea, San Lucido, Praia a Mare, l’Isola di Dino e Pizzo tanto per citare alcune zone costiere: non si salva nessuno! Il Wwf lungo il cammino ha individuato “residence, luna park e urbanizzazione diffusa in area a vincolo paesaggistico”.

Finanche nelle zone dell’area costiera come Pellaro (Reggio Calabria) “caratterizzata da un sito di importanza comunitaria (Sic) e da una lussureggiante vegetazione”, si riscontra “urbanizzazione a ridosso del sic e in un’area con vincolo paesaggistico”.

In concreto mezza costa calabra vede il suo ecosistema naturale affogare nel cemento grazie a numerosi insediamenti turistici disseminati sulla costa, ma anche lungo le darsene e cioè gli specchi d’acqua artificiali utilizzati per l’ormeggio e la rimessa delle barche; a questi si aggiungono gli insediamenti urbani e produttivi.

Il territorio regionale conserva una “varietà di paesaggi costieri difficilmente riscontrabili in altre regioni d’Italia”, ma “se si esclude qualche sito di Importanza comunitaria vi sono pochissime altre tutele, nessuna nel versante Tirrenico” mentre sul versante dello Ionio solo “l’area naturale marina di Capo Rizzuto e la riserva naturale Foce del Crati” hanno tutela.

La domanda sorge spontanea: come è possibile che un patrimonio paesaggistico immenso non ha alcuna forma di tutela e anzi soffre l’azione dell’uomo in modo sconcertante con ben 25 punti critici segnalati dal Wwf? In 25 anni le amministrazioni chiamate a vigilare hanno permesso lo scempio delle coste calabresi in nome del cemento, del guadagno facile, delle connivenze. E’ una situazione generalizzata, in Italia siamo pieni di ecomostri a ridosso del mare, ecomostri in cemento, mai completati, rimasti lì, come baluardi dell’indecenza umana, che orribili guardano ancora l’orizzonte con l’aria di chi per principio rimane a testimonianza delle incompetenze altrui, senza che nessuno compresi i cittadini, faccia nulla per restituire bellezza e naturalezza a questi ambienti devastati.

Arrivano i soliti rapporti sullo stato dell’ambiente e i problemi sono sempre gli stessi basterebbe il riferimento ad un uso di umana coscienza che vietasse per esempio con forza la pesca di frodo, lo smaltimento dei rifiuti nel mare, nelle fiumare, e poi l’abuso edilizio, l’incompetenza dei tecnici del settore, e della difettosa burocrazia che danneggia a priori la nostra terra, pratiche ancora e purtroppo in uso… peccato che il patrimonio ambientale, spesso diventa da tutelare, solo dopo che il danno è stato fatto!

Luisa Loredana Vercillo

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